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La lunga strada che dobbiamo ancora percorrere

La lunga strada che dobbiamo ancora percorrere

Gianmarco Capogna

Quando si diede avvio alla prima grande ribellione, con i moti di Stonewall del 1969, la comunità LGBTQI+ decise di non voler restare più in silenzio, vittima quotidianamente di odio, violenze e discriminazione. Alzò la testa, lanciò un urlo di liberazione, o un tacco (o un cocktail) secondo la leggenda metropolitana che oramai è entrata nella storia del movimento LGBTQI+ e che racconta la notte di rivolta a New York presso lo storico locale “the Stonewall Inn” che diede inizio a tutto.

Fu così che partì una vera e propria rivoluzione arcobaleno, come anni dopo ha ricordato anche Sylvia Rivera, storica attivista transgender statunitense che quella notte c’era: “I was a radical, a revolutionist. I am still a revolutionist… I am glad I was in the Stonewall riot. I remember when someone threw a Molotov cocktail, I thought, “My god, the revolution is here. The revolution is finally here!”.

Da quella notte la lotta non si è mai fermata ed è esplosa in tutto il mondo trasformandosi in quell’orgoglio che oggi conosciamo col nome di PRIDE: la risposta, volutamente sorridente e festosa, ai soprusi di ogni giorno che diventa un momento di grande rivendicazione politica collettiva e condivisa che non serve solo alla comunità ma che fa bene a tutte e tutti.

Fa bene specialmente all’Italia dove il percorso verso l’uguaglianza delle persone LGBTQI+ è ancora lungo e ostacolato, specialmente negli ultimi anni, dal radicalizzarsi di una destra fortemente conservatrice e contraria ad ogni forma di riconoscimento di diritti e libertà per le minoranze, le donne e la comunità arcobaleno.

Secondo l’ultima indagine annuale Rainbow Europe di ILGA Europe, il network continenale di associazioni LGBTQI+, l’Italia si posiziona al 35esimo posto su 49 Paesi con un punteggio finale pari solo al 22% rispetto alle aree tematiche prese in esame: crimini e discorsi d’odio, famiglia, uguaglianza e non discriminazione, diritto di asilo, presenza nella società civile, riconoscimento delle persone trans* e integrità del corso e dell’identità di genere.

Un risultato che rispecchia in maniera cristallina il grande lavoro che c’è da fare nel nostro Paese e quanto ancora siamo indietro per arrivare ai livelli dei Paesi più avanzat. Nonostante alcuni importanti traguardi raggiunti, come quello della legge che ha istituito la Unioni Civili nel 2016 o le sentenze della giurisprudenza in merito alle rivendicazioni della comunità trans*, quanto approvato non appare sufficiente e non è riuscito a spingere avanti l’Italia nella graduatoria europea.

Mancano ancora risultati fondamentali, primo fra tutti l’approvazione di una legge che tuteli la comunità da odio e violenze legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Da anni associazioni ed attivist* si battono affinché venga introdotta nel nostro ordinamento una norma di contrasto all’omobitransfobia che metta al bando anche l’hate speech istituzionale e via web ma il Parlamento non è ancora riuscito a portare a compimento l’iter legislativo. In diverse occasioni sembrava di essere arrivati ad un passo dalla discussione in aula e puntualmente il tutto si è tradotto in un nulla di fatto; in alcuni casi anche a causa di un completo snaturamento del testo, vittima di un fuoco incrociato che partiva da destra ma trovava sponde, purtroppo, pure tra le fila del centro-sinistra.

Anche in questo periodo, a causa dell’emergenza sanitaria, la discussione parlamentare sul contrasto all’omotransfobia, che era iniziata negli scorsi mesi e che doveva portare ad un disegno di legge unificato tra le varie proposte depositate, è slittata a data da destinare.

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La vera battaglia, però, è quella di non confinare una legge di questo tipo al solo aspetto giuridico e penale ma di allargare l’orizzonte politico agli aspetti sociali e culturali prevedendo da un lato un sistema di accoglienza e sostegno delle vittime di odio omobitransfobico, come viene previsto per le violenze di genere, e dall’altro l’adozione di campagne di informazione e formazione a partire dalle scuole e dall’educazione alle differenze, all’affettività e alla sessualità – il grande tabù italiano – libera e consapevole. I percorsi nelle scuole sono già realizzata in vari Paesi europei con esempi virtuosi, tra cui Spagna e Regno Unito, che potremmo tranquillamente adattare e adottare anche in Italia.

I nostri PRIDE, così come le battaglie che conducono ogni giorno attivist* e associazioni, altro non sono che una resistenza di fronte ad una società che è ancora troppo impregnata di odio contro chi viene considerato diverso. Ma poi, alla fine, diverso da chi? Questa è la grande domanda a cui non si riesce mai a dare una risposta, facendo emergere come la contrarietà ai diritti e alle libertà altro non sia che una posizione egoistica e ideologica che non ha alcun fondamento.

“Il Pride è un respiro di cittadinanza”: dice bene Leoluca Orlando, sindaco metropolitano di Palermo, e, se per questo anno saremo costretti ad immaginare Pride diversi da quelli a cui siamo abituati, la nostra battaglia per la rivoluzione arcobaleno non si ferma.

Non si ferma perché ancora troppe persone LGBTQI+, specialmente giovanissime, non sono libere di esistere e vivono ogni giorno sulla propria pelle discriminazioni e violenze. Per loro, e in generale per tutte e tutti, la rivoluzione arcobaleno prosegue.

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